PAPA FRANCESCO, IL VANGELO DELLA SEMPLICITÀ
Pubblicato da Paola Loparco in monte del Carmelo n70 · Venerdì 23 Mag 2025 · 3:00
Quando, la sera del 13 marzo 2013, Jorge Mario Bergoglio si affacciò dalla Loggia della Benedizione con un semplice “Fratelli e sorelle, buonasera”, fu subito chiaro che qualcosa stava cambiando. Nessun trionfalismo, nessuna retorica. Solo un uomo che chiedeva preghiera, prima ancora di darla.
La scelta del nome Francesco — mai usato da un Papa — racchiudeva già un programma: tornare all’essenziale del Vangelo, ripartire dagli ultimi, abbracciare con umiltà il creato e l’umanità
ferita.
In questi dodici anni, il pontificato di Papa Francesco ha preso la forma di un cammino evangelico che parla al cuore dell’uomo contemporaneo. I suoi gesti — lavare i piedi
ai carcerati, abbracciare i malati, visitare i profughi — sono segni di un Dio che si fa prossimo. La sua è una Chiesa “in uscita”, come ama ripetere, non autoreferenziale ma missionaria, capace di
sporcarsi le mani per amore.
Tra i temi che più segnano il suo magistero c’è certamente l’ambiente. Con l’enciclica Laudato si’, Francesco ha ricordato al mondo che “tutto è connesso”: l’uomo, la natura, il futuro delle nuove generazioni. Prendersi cura del creato
non è una moda “verde”, ma un’esigenza spirituale, un atto di giustizia verso i poveri che più soffrono per le crisi climatiche. La “conversione ecologica” invocata dal Papa è
un appello a vivere la sobrietà come forma di amore.
In questi dodici anni di pontificato, Bergoglio ha tracciato una strada evangelica che interpella tutti: credenti e non. Una Chiesa in uscita, che non teme le periferie, che rompe le
logiche dell’indifferenza e si fa compagna di viaggio degli scartati. Con parole semplici e gesti forti, Papa Francesco ha riportato al centro la concretezza del Vangelo.
Tra i temi più urgenti del suo magistero c’è l’accoglienza dei migranti. Francesco non ha mai taciuto di fronte al dramma delle migrazioni, specie nel Mediterraneo,
dove si continua a morire nell’indifferenza. Dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, gridò al mondo la vergogna di quelle morti: “La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”. E ancora, in altre tragedie simili, ha parlato di “mare di morte” e “cimitero senza lapidi”, ammonendo con forza: “Chi vede il fratello che soffre e gira lo sguardo altrove, è complice”.
Parole che scuotono, che smascherano l’apatia di un’Europa spesso ripiegata su sé stessa. L’invito ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”
i migranti non è un’opzione politica, ma una richiesta evangelica. Non si tratta solo di migranti, ripete il Papa, ma della nostra stessa umanità.
Infine, la pace. Mai come in questi anni, segnati da conflitti dimenticati e da guerre che sembrano inarrestabili, Papa Francesco si è fatto instancabile artigiano di dialogo.
Le sue parole sono spesso state le uniche a chiedere il cessate il fuoco, a invocare la diplomazia del cuore. Non c’è pace senza giustizia, ha ripetuto, e non c’è giustizia senza perdono.
Il pontificato di Francesco è stata una chiamata alla radicalità evangelica. Una radicalità che non urla, ma si china. Che non divide,
ma include. Che non giudica, ma accompagna. In un mondo frammentato, Papa Francesco ha continuato a indicare la via della fraternità: “Siamo tutti sulla stessa barca”. E per questo, insieme, dobbiamo remare, confidando che il nuovo Pontefice proceda nella stessa direzione.